Collezione CARIME

La collezione d’arte della Banca Carime
La prestigiosa collezione della Banca Carime, formatasi negli anni Settanta e nei primi anni Ottanta del Novecento, attualmente divisa tra le sedi di Bari e Cosenza, riunisce le raccolte di Caripuglia, custodite a Bari, e di CariCal conservate a Cosenza, ed è costituita da oltre sessanta tra dipinti e sculture che testimoniano un arco temporale che va dal Trecento al Novecento.
In particolare, la raccolta cosentina, costituita da trentotto dipinti, documenta, attraverso l'opera di autori di gran rilievo, un'area artistica prevalentemente meridionale e si compone di un cospicuo corpus di dipinti del Sei e del Settecento riferiti all'area centro-meridionale, napoletana in special modo, nonchè di un'interessante sezione dedicata all'arte moderna e contemporanea.
L'opera più antica della raccolta è il dipinto, tempera su tavola, attribuito a Giovanni Bellini con la collaborazione del fratello Gentile, raffigurante Cristo al Calvario e il Cireneo, presumibile frammento di uno scomparto di predella eseguito intorno al 1460 per un altare della cappella del Gattamelata nella chiesa di Sant'Antonio in Padova opera di Jacopo Bellini con la collaborazione dei figli.
Ascrivibile all'attività giovanile, Cristo al Calvario e il Cireneo di Cosenza, testimonia l'aggiornamento di Giovanni Bellini sulla lezione di Andrea Mantegna al tempo degli affreschi della cappella Ovetari nella chiesa degli Eremitani di Padova.
Risale ai primi del Seicento la monumentale pala d'altare commissionata, come informa l'iscrizione, da Francesco Angeloni, collezionista, antiquario e committente di prestigio nella Roma di quegli anni, raffigurante Santa Caterina d' Alessandria di recente attribuita a Innocenzo Tacconi, tra i più fedeli allievi di Annibale Carracci. Il modello di riferimento dell'opera è stato rintracciato nella pala d'altare raffigurante Santa Margherita della chiesa di Santa Caterina dei Funari a Roma, ritenuta da alcuni opera autografa di Annibale Carracci e da altri assegnata a Lucio Massari, allievo del maestro bolognese. La monumentalità della figura della santa rinvia inoltre alla statuaria classica, certamente ben rappresentata nella ricca collezione dei Farnese presso i quali Annibale lavora alacremente negli anni romani .
Ancora nell'ambito classicista il dipinto raffigurante La Pietà attribuito alla scuola dei Carracci che sembra rivelare, nella scelta del soggetto e nell'organizzazione della scena rappresentata, qualche riferimento alle toccanti riflessioni condotte su questo tema da Annibale Carracci, in particolare la Pietà del Museo Nazionale di Capodimonte a Napoli eseguita tra il 1599 e il 1600 e quella del Kunsthistorisches Museum di Vienna del 1603. Di Andrea Sacchi, esponente illustre della pittura classicista seicentesca, il Sogno di San Giuseppe, identificato con un bozzetto citato nell'inventario delle opere di casa Sacchi redatto dopo la sua morte e messo in relazione con il dipinto, di analogo soggetto, eseguito dal pittore nella chiesa romana di San Giuseppe a Capo le Case.
A documentare il caravaggismo, quale altra fondamentale componente artistica in Italia nei primi decenni del Seicento, le pregevoli opere di Battistello Caracciolo, Jusepe de Ribera, degli olandesi Gerrit van Honthorst e Dirck van Baburen.
Di Battistello Caracciolo è la Sacra Famiglia di recente ascritta agli ultimi anni del secondo decennio del Seicento per gli stringenti rimandi ad altre opere dell'artista, tra cui La Madonna di Ognissanti di Stilo del 1619. Ad attestare ancora gli straordinari e diffusi esiti del caravaggismo in ambito meridionale, pregevole nella raccolta Carime l'Ecce homo del Ribera pubblicato nel 1986 con tale attribuzione e datato agli anni Trenta-Quaranta del Seicento. L'intensa resa intimista che caratterizza quest'opera e, in genere la produzione artistica del Ribera negli anni Quaranta, denuncia l'influenza dell'arte di Reni e del Guercino.
Nell'ambito degli artisti stranieri giunti a Roma nei primi anni del Seicento, interessanti le opere di Dirck van Baburen che nel San Pietro guarisce lo storpio denota la capacità di riprendere motivi tratti dal Caravaggio attraverso un ductus del tutto personale, e di Gerrit van Honthorst, detto "Gherardo delle Notti", che nel San Francesco riceve le stimmate, ritenuta opera autografa e di alta qualità, rivela forti ed evidenti gli influssi del maestro.
Preziosi nella raccolta i documenti d'arte che attestano la pittura barocca, tra questi il dipinto databile dopo il 1625 di Frans Wouters, stretto collaboratore di Rubens, raffigurante Marte e Venere, che riprende una composizione del maestro andata distrutta ed in cui risulta palese la vicinanza alla pittura veneziana, e il Ritratto di Giovan Lorenzo Bernini, omaggio al massimo rappresentante del barocco, di anonimo pittore romano e databile alla metà del secolo.
Sempre nell'ambito della pittura di area meridionale, di grande pregio e suggestione le tele pendants raffiguranti Santa Lucia e Sant'Agnese di Francesco Guarino, che si qualificano, in special modo, per l' utilizzo di una gamma coloristica tutta giocata sul contrasto di colori squillanti.
Restituisce una pagina importante della storia artistica della regione la presenza nella raccolta di Mattia Preti, esponente tra i più significativi del Seicento italiano, documentato dal dipinto raffigurante Cristo e la Cananea, di discussa datazione, ma di evidente e forte suggestione reniana. Nell'ambito della pittura di paesaggio è il dipinto Paesaggio con soldati e contadini di Salvator Rosa datato di recente al 1663-1664; ancora del pittore napoletano l'Ulisse e Nausicaa, copia da una replica coeva custodita all' Ermitage di San Pietroburgo.
Completano il panorama culturale seicentesco le tele di Luca Giordano, eccezionale interprete della pittura barocca il cui operato tanta influenza avrà, in special modo sugli esiti della pittura meridionale. In particolare, il Cristo alla colonna, proveniente da collezione privata solofrana, ritenuto uno dei capolavori della prima maturità dell'artista, al momento cioè in cui egli compie la propria formazione presso il Ribera e medita profondamente sui capolavori napoletani di Caravaggio, tra questi la Flagellazione per la cappella De Franchis nella chiesa di San Domenico Maggiore, oggi a Capodimonte, deve aver rappresentato un imprescindibile riferimento per la realizzazione del dipinto della collezione Carime.Ancora del Giordano San Francesco da Paola dona i ceri al conte d'Arena raffigurante un episodio di vita del santo e datato al 1680-1682 per le esplicite risoluzioni bassanesche e tintorettiane.
Il Settecento vanta opere di Francesco Solimena, Domenico Antonio Vaccaro, Francesco De Mura, Pietro Bardellino, Rachel Ruysch.
Del Solimena è il San Benedetto accoglie Mauro e Placido, facente parte probabilmente di un corpus di bozzetti preparatori per i dipinti dell'abbazia di Montecassino, distrutti durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale, databile tra il 1697 e il 1708 per gli evidenti rimandi formali alla decorazione della Cappella del Beato Carlomanno.
L'ampio programma di indirizzo classicista e razionalista che impronta gran parte della carriera di Francesco Solimena farà da scuola ad esponenti della grande decorazione napoletana del Settecento, come Francesco De Mura e Pietro Bardellino.
Sin dalle sue prime prove De Mura mostra di aver appreso la lezione classicista del maestro, che traduce in composizioni meno gravi e solenni, in una rappresentazione più intima e lieve. Composta eleganza formale e misurata solidità compositiva caratterizzano difatti le tele pendants della collezione Carime raffiguranti Cristo alla colonna e San Giovannino, datate all'ottavo decennio del sec. XVIII.
Di Pietro Bardellino sono i dipinti, probabilmente facenti parte di una serie di quattro opere dedicate alla vita di Maria e di Cristo, raffiguranti l'Adorazione dei pastori e il Riposo nella fuga in Egitto in cui all'insegnamento di De Mura, suo maestro, si affianca la riflessione sullo stile maturo di Solimena, improntato sulla grande lezione tenebrista e barocca di Mattia Preti.
Allievo del Solimena, ma operante in una direzione del tutto autonoma, è Domenico Antonio Vaccaro alla cui fase giovanile è stato ricondotto Il giudizio di Salomone, databile alla fine del Seicento. In quest'opera l'artista sembra dare sfogo alla sua voglia di libertà pittorica e decorativa, giungendo a soluzioni di stampo neomanierista evidenti nell'antinaturalismo dello svolazzare dei panneggi e nelle pose delle figure che conferiscono intensità espressiva alla scena.
Infine di grande interesse le opere che costituiscono la sezione moderna e contemporanea che annovera il Ritratto femminile di Silvestro Lega, tra i maggiori esponenti del movimento dei macchiaioli; i dipinti di Enrico Salfi, interessante pittore cosentino formatosi all'Accademia di Napoli e seguace di Domenico Morelli; lo straordinario pastello raffigurante Gisella di Umberto Boccioni eseguito nel 1907 e capolavoro prefuturista dell' artista; il Nettuno pescatore di Alberto Savinio, le opere di Domenico Purificato e Josè Ortega.

Nella Mari, storico d’ arte Soprintendenza BSAE Calabria